Racconto – La Regina delle Fate

Posted on 20/01/2012

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Umido nell’aria, come già altre volte era capitato, un fresco vento proveniente da ovest, segnale inequivocabile della pioggia in arrivo. Ricordo l’inizio del mio viaggio quando, ancora bambino, viaggiavo per ore a cavallo con il mio Maestro, vedevo spesso nei suoi occhi l’immagine del mio futuro, come lui vedeva il suo nel mondo che lo circonda.
Fu lui ad insegnarmi l’arte della natura, ad apprezzare ogni singola situazione e riuscire ad analizzarne anche i più reconditi segreti. Era come una magia, nella sua mente appariva il futuro, ed io di riflesso, potevo vederne alcuni aspetti, riuscendo immediatamente a fare mia quella abilità.
Le prime gocce bagnarono il viso, così tolsi il cappuccio per apprezzare meglio il sapore e la sensazione dell’acqua sulla pelle. Non mi era mai piaciuto cercare riparo durante un acquazzone, era talmente bello inzupparsi fino al midollo di acqua che arrivava da un altezza ed un mondo così diverso dal mio, era un po’ come riempirmi della magia che aveva fatto cadere quelle gocce fino a qui, nella madre terra, per poi tornare al nuovo sole, in un altra forma a dove erano venute.

Esattamente quello che aspettava me, e a tutti noi.

Il mio corpo stanco non sarebbe durato ancora molto, e presto anch’io sarei caduto verso la madre, per poi trasformarmi in qualcosa di nuovo e ricominciare il ciclo.
Ma ora no, dovevo ancora trovarla, e i miei sensi, nonché il mio piccolo amico scoiattolo che da un po’ mi seguiva, mi dicevano che non era lontana da qua.
Nel sogno di ieri notte, ho immaginato una vasta radura, con un grande albero al centro, una forte Quercia, e nella sua ombra il viso di una ragazza con il mantello nero avvolto su di essa, il suo sorriso ed i suoi occhi mi avevano per un attimo fatto rivivere antiche esperienze, ma ero troppo vecchio per lasciarmi distrarre ormai.
Lei mi stava aspettando, così le era stato annunciato da tutte le cose, e tutte le cose l’avrebbero di certo portata nel luogo della visione, appena vi fossi giunto.

Ora si che pioveva, il mio vestito era finalmente zuppo di acqua, e dalla lunga barba cominciavano a scendere copiose fontanelle sul cavallo, non proprio soddisfatto come me della pioggia.
Mi parve di vedere movimenti fugaci nel sottobosco, sapevo bene che alcuni folletti mi stavano da tempo seguendo, per accettarsi della mia direzione, ma il loro brusio, attirò la mia attenzione anche su di un brandello di vestito strappato da un ramo basso.
Al sentirlo sulla pelle, ebbi un fremito inaspettato lungo la schiena, sinonimo ormai noto di qualcosa che stava per accadere, non positiva.
Vidi ancora per una volta l’immagine della ragazza nel sogno, con il viso bagnato, non solo dalla pioggia ma da copiose lacrime rosso sangue.
I brividi aumentarono, non so più quante volte ho avuto visioni di eventi tristi, ma non mi ero mai abituato a vedere la sofferenza negli altri, tanto quanto invece mi ero ormai abituato alla mia.
Il cavallo aumentò il passo, seguendo il muoversi delle foglie che i folletti stavano facendo, ad indicarmi una deviazione che non avrei certo voluto prendere.
Il bosco si infittiva, e pezzi del mio mantello subirono la stessa sorte del mantello della ragazza, finendo di volta in volta attaccati a vari rami sporgenti, insieme a piccoli pezzi della mia carne.
La mia vista non era più quella di un tempo, ma le mie percezioni si, e non avevo bisogno degli occhi per sentire in mezzo all’erba, la figura di un essere umano, con una esilissima forza vitale che mi fece saltare giù dal cavallo precipitandomi su di esso.
O per meglio dire, essa, perchè appena a terra e rivoltato il corpo, il viso fino a ieri splendido della ragazza, mia apparve più bianco e provato che mai, e la visione delle lacrime di sangue si trasformò in un orrenda verità.
Aveva ferite in tutto il corpo, e poco più di uno straccio indosso.

Ora la pioggia non era più così benevola, e pregai Nechtan di farla cessare all’istante.
Poco dopo la pioggia cessò, e potei preparare un intruglio d’erbe rivitalizzanti che avevo conservato asciutto nella borsa.
Per un attimo vidi intorno a noi Rhiannon, con il suo magico cavallo, anche se non riuscivo a sentire ancora se era qua per prendere la ragazza o per aiutarmi a farla vivere.
Il tempo me lo avrebbe detto, e il tempo per quella ragazza stava per finire.
Gli diedi la bevanda come la madre al figlio, e alcuni secondi dopo i suoi occhi si schiusero lasciando intravedere tutta la lucentezza del suo spirito, per poi richiudersi in un pacato sorriso.
I rumori della foresta e dell’acqua che scorreva dagli alberi dopo la pioggia, si placarono d’improvviso, mentre il corpo di lei cominciava a illuminarsi di luce propria.
Fui io allora a chiudere gli occhi, per cercare una nuova visione ed un nuovo senso alle cose che stavano accadendo, e finalmente capii.
Ora potevo vedere distintamente il viso di Rhiannon sorridermi, non era lì per la ragazza, ma per me.

Il mio animo si placò e si preparò alla nuova trasformazione, vidi la mia energia passare alla ragazza ancora sdraiata, la vidi riprendere il suo colore naturale, mentre il mio corpo si accasciava al suolo, per poi divenire vento e terra, luce e ombra al contempo.
Il nitrito del mio cavallo mi portò per un attimo ancora alla realtà delle cose, lo accarezzai con il pensiero e prosegui il mio viaggio attraverso il mio nuovo mondo.
La mia strada su questa terra era ancora lunga, ma ora io stesso ero la terra.
L’ultimo pensiero era verso la ragazza, che stava riprendendo i sensi proprio ora, colma della mia energia e della sua nuova forza, mi vide sparire sorridendo, conscia della sua nuova vita, consapevole finalmente del suo nuovo spirito.
Buon viaggio figlia mia, fu il mio ultimo pensiero, mentre una lacrima scendeva dal suo viso, bagnato dalla pioggia, che aveva ripreso a cadere dal cielo.
Poi fui luce.
E illuminai per un attimo il cielo con un grande fulmine, che indicò la nuova via da seguire per lei ed il mio cavallo.

Prese il mantello rimasto a terra, e si coprì il capo. Il rumore degli zoccoli sul terreno bagnato e il canto di un gufo su di una vicina betulla, l’accompagnarono fino al villaggio, d’ora in poi tutti l’avrebbero chiamata Aine, Regina delle Fate.

Tratto dal libro : “Il Palco delle Anime” Edizioni Pendragon (di Marco Fava)

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